Uno studio pubblicato su JAMA Network Open conferma i benefici del social detox sui giovani.
Bastano sette giorni lontani dai social network per sentirsi significativamente meglio. È quanto dimostra una nuova ricerca pubblicata su JAMA Network Open, che ha coinvolto 295 giovani tra i 18 e i 24 anni in un esperimento di social detox della durata di una settimana.
I risultati sono chiari e netti: una sola settimana di uso ridotto dei social — da quasi due ore al giorno a circa mezz’ora — ha prodotto una diminuzione media del 16,1% dei sintomi di ansia, del 24,8% di quelli depressivi e del 14,5% dei disturbi del sonno. A beneficiarne di più sono stati proprio i ragazzi più dipendenti dalle piattaforme, a conferma che chi usa di più è anche chi rischia di più.
A rendere questo studio particolarmente attendibile è la metodologia adottata: anziché affidarsi a dati autodichiarati dai partecipanti — con tutti i limiti che questo comporta — i ricercatori hanno utilizzato il digital phenotyping, ovvero il monitoraggio passivo del tempo di utilizzo delle app direttamente dagli smartphone.
Secondo gli autori, i benefici non derivano tanto dalla riduzione del tempo trascorso davanti allo schermo in sé, quanto dalla minore esposizione agli input negativi tipici dei social: il confronto continuo con gli altri, la ricerca compulsiva di approvazione, la pressione delle immagini idealizzate che le piattaforme promuovono algoritmicamente.
Questi dati non possano essere ignorati, né dalle famiglie né dalle istituzioni. I social network sono ambienti progettati per massimizzare il tempo di utilizzo, spesso a scapito del benessere psicologico degli utenti — soprattutto dei più giovani. Le piattaforme hanno una responsabilità diretta in questo meccanismo e non possono continuare a esercitarla senza vincoli.
Federconsumatori ha chiesto interventi normativi concreti a livello europeo e nazionale: limiti di progettazione per ridurre i meccanismi di dipendenza, obblighi di trasparenza sugli algoritmi e programmi strutturati di educazione digitale nelle scuole, perché la consapevolezza è il primo strumento di tutela.