Quasi quattro capi di abbigliamento su dieci riportano un’etichetta errata sulla composizione delle fibre. È quanto emerge da una campagna di controllo della Commissione europea — nell’ambito dei test JACOP (Joint Actions on Compliance of Products) — che ha analizzato 132 capi di abbigliamento in otto Paesi UE, tra cui l’Italia, riscontrando non conformità nel 37% dei campioni.
Le irregolarità rilevate sono di tre tipi: fibre indicate correttamente ma con percentuali dichiarate non corrispondenti alla realtà; fibre sostituite con materiali diversi e più economici rispetto a quanto dichiarato; fibre indicate o denominate in modo errato. Il fenomeno è particolarmente grave per le sciarpe (80% di non conformità) e i top (54%), ma riguarda anche il 25% dell’abbigliamento per bambini. I tassi di non conformità sono risultati più elevati per gli acquisti online (46%) rispetto ai negozi fisici (36%), e più frequenti nei capi con miscele di fibre naturali e sintetiche (64%).
Le autorità di vigilanza hanno già disposto la sospensione della vendita per 18 prodotti e avviato misure correttive su altri. Il problema, sottolineano gli esperti, non è solo economico: le etichette errate minano la fiducia dei consumatori, falsano la concorrenza e ostacolano il riciclo dei tessuti, che richiede un’identificazione accurata delle fibre.
Un tasso di non conformità del 37% non è un’anomalia occasionale: è un problema sistemico che richiede una risposta strutturata, afferma Federconsumatori.
Se l’etichetta mente sulla composizione di un capo, si configura una vera e propria pratica commerciale scorretta.
Le autorità italiane ed europee dovrebbero intensificare i controlli di mercato, con particolare attenzione all’abbigliamento per bambini e ai canali online, e di garantire sanzioni efficaci e dissuasive per i produttori e distributori inadempienti.