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Data center, uno studio USA: benefici economici concentrati in città, rincari in bolletta ovunque.

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A CURA DELLA REDAZIONE WEB

Un nuovo studio pubblicato in preprint su SSRN misura per la prima volta l’impatto economico dell’apertura dei data center sul territorio, analizzando il caso statunitense e evidenziando una netta differenza tra aree metropolitane e zone rurali.

Secondo la ricerca, nella contea che ospita un data center si registra, nei primi tre anni, un aumento medio dello 0,9% nell’occupazione, dell’1,1% negli stipendi, dell’1% nel numero di imprese e dello 0,7% nel reddito familiare, con un impatto che nel lungo periodo può crescere fino al 3,5% per l’occupazione e al 5,0% per gli stipendi. Benefici modesti, tuttavia, se confrontati con l’investimento medio di un miliardo di dollari necessario per costruire un singolo impianto.

Lo studio rileva inoltre che i vantaggi occupazionali si concentrano soprattutto nelle aree metropolitane, dove sono già presenti le professionalità richieste dai data center – ingegneri, tecnici specializzati, imprese edili – mentre nelle zone rurali l’impatto sull’occupazione resta contenuto, poiché molti servizi vengono reperiti fuori dal territorio. A fronte di benefici limitati, le comunità coinvolte devono però fare i conti con un aumento dei costi energetici stimato in media al 5%, dovuto agli elevati consumi elettrici di questi impianti, equiparabili a quelli di decine di migliaia di abitazioni.

Federconsumatori richiama l’attenzione sulle implicazioni di questo modello di sviluppo anche per il contesto italiano, dove sono attualmente censiti circa 250 data center tra costruiti e in progettazione. L’associazione sottolinea la necessità che la crescita infrastrutturale legata all’intelligenza artificiale non si traduca in un ulteriore aggravio dei costi energetici a carico delle famiglie, chiedendo trasparenza sui consumi degli impianti e politiche di compensazione per i territori e i cittadini che ne sostengono l’impatto in bolletta.