Uno studio brasiliano dimostra che l’uso dei chatbot riduce i tempi di apprendimento, ma indebolisce la memoria a lungo termine. Servono linee guida chiare per studenti e istituzioni.
Studiare con l’intelligenza artificiale fa risparmiare tempo, ma a quale prezzo? Una ricerca condotta dall’Università Federale di Rio de Janeiro su 120 studenti universitari offre una risposta che merita attenzione, soprattutto da parte di famiglie, insegnanti e istituzioni scolastiche.
L’esperimento ha diviso i partecipanti in due gruppi: il primo ha preparato un elaborato con l’aiuto di ChatGPT, il secondo con metodi tradizionali. Il gruppo “digitale” ha completato il lavoro in circa la metà del tempo. Ma quarantacinque giorni dopo, in un test a sorpresa sugli stessi argomenti, chi aveva usato l’IA ha ottenuto un punteggio medio sensibilmente più basso rispetto ai compagni che avevano studiato senza supporti artificiali.
Il meccanismo alla base di questo fenomeno ha un nome preciso: “cognitive offloading”, ovvero la tendenza a delegare a strumenti esterni lo sforzo mentale che normalmente consolida la memoria. Quando è il chatbot a sintetizzare, organizzare e spiegare i contenuti, il cervello riduce il proprio impegno elaborativo, con il risultato di un apprendimento più superficiale e meno duraturo.
Non si tratta di un fenomeno nuovo – già nel 2011 studi della Columbia University avevano descritto la cosiddetta “amnesia digitale” legata all’uso dei motori di ricerca – ma con l’IA generativa il problema si amplifica: non si delega più solo la ricerca di informazioni, ma l’intera catena cognitiva che trasforma un dato in conoscenza.
Federconsumatori ritiene che questo studio debba essere un punto di partenza per un dibattito serio e urgente, che coinvolga il Ministero dell’Istruzione, le scuole e le famiglie. L’intelligenza artificiale è ormai parte integrante della vita degli studenti e non ha senso ignorarla o vietarla tout court. Ma è indispensabile che il suo utilizzo in ambito didattico sia regolamentato, guidato e accompagnato da una formazione specifica, che insegni ai ragazzi a usarla come strumento di supporto e non come sostituto del pensiero critico. Un pensiero allenato e orientato spesso da dinamiche che non conosciamo.
L’obiettivo è garantire che l’innovazione non vada avanti a scapito della qualità dell’apprendimento e del pieno sviluppo delle capacità cognitive delle nuove generazioni. Su questo, le famiglie hanno il diritto di essere informate e le istituzioni il dovere di intervenire.