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Under 16 senza social: l’esperimento australiano dà i primi segnali.

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A CURA DELLA REDAZIONE WEB

A pochi mesi dal divieto entrato in vigore a dicembre 2025, un sondaggio YouGov fotografa effetti positivi sulla socialità dei ragazzi, ma anche nodi irrisolti. Il dibattito è aperto anche nel nostro Paese.

L’Australia è stata la prima nazione al mondo a vietare per legge l’accesso ai social network agli under 16. A distanza di pochi mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, a dicembre 2025, arrivano i primi dati misurabili — e il quadro che emerge è complesso, ma non privo di segnali incoraggianti.

Secondo un’indagine condotta da YouGov su un campione rappresentativo di oltre mille adulti australiani, il 59% degli intervistati ritiene che il bando stia funzionando. Prima dell’introduzione della norma, le preoccupazioni dei genitori erano altissime: cyberbullismo, esposizione a contenuti inappropriati e impatti sulla salute mentale erano segnalati come problemi gravi da quasi l’80% del campione.

I cambiamenti più apprezzati riguardano proprio la sfera relazionale: il 43% dei genitori di under 16 osserva un aumento delle interazioni dal vivo tra i ragazzi, il 38% registra una maggiore qualità del dialogo in famiglia. Segnali che confermano quanto Federconsumatori sostiene da tempo: il tempo sottratto agli schermi può tradursi in relazioni più autentiche e in un benessere psicologico più solido.

Restano tuttavia criticità significative. Una parte dei ragazzi si è spostata verso piattaforme alternative meno regolamentate, vanificando in parte gli obiettivi della norma. E sul fronte delle responsabilità, il divario è netto: il 63% degli australiani si fida del governo per la tutela dei minori online, ma solo il 35% ripone fiducia nelle grandi piattaforme digitali — un dato che parla da solo.

Il giudizio complessivo resta sospeso: il 97% degli intervistati ritiene necessario raccogliere ulteriori evidenze prima di esprimersi definitivamente sull’efficacia del divieto.

Federconsumatori segue con grande attenzione questo esperimento, convinta che rappresenti un punto di riferimento importante anche per il dibattito italiano ed europeo. La tutela dei minori nell’ambiente digitale non può essere delegata esclusivamente alle famiglie e alle istituzioni scolastiche, né affidata alla buona volontà delle piattaforme. Serve un quadro normativo chiaro, verificabile e accompagnato da investimenti seri nell’educazione digitale, a scuola e in famiglia.

Le Big Tech non possono continuare a sottrarsi alle proprie responsabilità. È tempo che anche in Italia — e in Europa — si apra una discussione all’altezza della posta in gioco, che metta in primo piano consapevolezza nell’utilizzo, responsabilità delle piattaforme e tutela della privacy.